mercoledì 12 aprile 2017

Antonio d'Avossa: senza progetto c'è solo l'incultura. Il critico d'arte che insegna a Brera, parla della sua città

Senza Progetto c'è solo l'incultura. Parla un'eccellenza del nostro territorio, che ben conosce anche la  città di Campagna (la città della "Chiena" e dei "Fucanoli") e la sua storia, tra quella nota e quella "negata" (dal 1995) per motivi "politici", che ha solo arrecato danni alla città/territorio: Antonio d'Avossa di quella Scuola di Critica d'Arte di Salerno famosa nel mondo.

Da "La Città", quotidiano di Salerno e Provincia



Intervista a cura di Luciana Libero

Senza progetto c'è solo l'incultura. Il critico D'Avossa parla della sua città



Una immagine degli anni '70 di Antonio D'Avossa in Brasile per la Mostra sui 50 anni di Fluxus

Antonio D’Avossa è un altro di quei salernitani  che hanno avuto successo nel mondo ma rimasti legati alle proprie radici, alla propria città. Docente all’Accademia di Brera, curatore d’arte in mostre internazionali che ha presentato in importanti capitali, di recente è passato a Salerno per “The Drifting Clouds-Nuvole alla deriva” mostra di tre giovani artisti alla Galleria Verrengia.  Da anni D’avossa presenta artisti consolidati ed emergenti, come questi giovani giapponesi, ora sta lavorando ad un progetto per il padiglione svizzero dell'Expo di Milano, poi di nuovo nl Brasile dove nel 2012  ha  curato la mostra sui 50 anni di Fluxus per la Biennale internazionale di San Paolo. 

Con D'avossa discutiamo della città e di cultura.

- Qual è il tuo rapporto oggi con Salerno, una città da cui manchi da molti anni.
“Non è un buon rapporto, è una città che non mi ha dato molto, anzi diciamo che non mi ha mai dato nulla né riconosciuto. Ricevo molte chiamate per organizzare cose in varie parti del mondo ma non da Salerno, da cui sono andato via più di trenta anni fa ma con un rapporto affettivo ancora molto forte”.
-Quindi anche se ti chiamano da tutto il mondo, il silenzio di Salerno in qualche modo ferisce,  è il richiamo delle radici?
“E’ il desiderio che la città abbia una evoluzione verso un progetto culturale più ampio. E’ una città che non è si mai dotata di un progetto di ampio respiro fatto di luoghi, di siti, di idee; vi sono città piccole con importanti gallerie civiche, con progetti anche popolari affinché gli abitanti, i giovani, gli anziani possano essere educati ad una visione della contemporaneità che non riguarda solo l’arte ma che va dalla danza, al teatro, alle arti visive. A Salerno non vi è mai stato un progetto capace di produrre  una generazione abituata all’arte contemporanea”.
-Eppure non sono mancati artisti e personalità di rilievo, importanti critici come Bonito Oliva, la scuola fiorita intorno a Filiberto Menna; una città che ha avuto una sua storia culturale.

“E’ vero che Salerno ha avuto una storia  ma è anche vero che bisogna abbandonare questa nostalgia degli anni ’70; intanto perché siamo andati tutti fuori, non di testa,  ma fuori dalla città. Sicuramente vanno ricordati quegli anni ma vanno anche archiviati. Quando parlo di progetto,  parlo di progetto dell’oggi,  non di manifestazioni che non ci sono più, la rassegna di teatro o altro. Bisogna riprogettare la presenza culturale mentre tutto quello che ho visto in questi anni non è stato nulla. E’ come Saviano che chiede dove eravate,  mentre si sparava voi inauguravate le mostre, e Saviano lo dice rispetto a Napoli,  alla gestione della città da parte di Bassolino, una città che malgrado le contraddizioni, si è comunque dotata di strumenti, di spazi espositivi, delle stazioni metropolitane.  Io non vorrei confrontare Salerno con Napoli però Salerno è una città che potrebbe potenzialmente esprimere molto di più e quando c'è un fluire delle idee, in qualche modo cambia qualcosa”.
-Non è chiedere troppo ad una città di provincia,  forse la politica delle grandi opere, della presunta “città europea” ha generato delle illusioni.
“Ma non dobbiamo rincorrere altre città, va creato un progetto ex novo, è sulla diversità che si può essere vincenti. Le nuove architetture che la caratterizzano e la caratterizzeranno ancora, sono state certamente un percorso interessante, ma questa architettura è la stessa che ha portato al Crescent.  D’accordo, quello che è successo in questi anni a Salerno ha in parte evitato situazioni di degrado ma poi si arriva al punto terminale che è il Crescent  il quale finirà come in Sudamerica, recintato e con la vigilanza armata”.
Qui a Salerno stiamo organizzando il Forum della Cultura, abbiamo elaborato un Piano Regolatore della Cultura  il quale attraversa le cose di cui stai parlando, la memoria, le arti,  la contemporaneità. E’ una iniziativa di cittadinanza attiva che vuole intervenire con un progetto per la città. Uno dei punti delicati è la spesa pubblica con  interventi discutibili come quello delle Luci di artista su cui vengono investite molte risorse, credo che tu conosca molto bene Le luci di artista di Torino.
“E’ molto bella l’idea del Piano regolatore perché significa pianificare dei progetti e darsi delle regole che è poi quello che è mancato a Salerno. Il problema non è il denaro pubblico ma il fatto che resti qualcosa di più ampio respiro. Mi fa ridere questa iniziativa delle Luci di Artista salernitane in confronto a Torino, Torino ha una Galleria Nazionale, il Castello di Rivoli, vi sono importanti Fondazioni, c’è un contesto con una storia importante che va dall’ arte povera ad altre linee di ricerca. Le Luci di artista di Torino nascono con un progetto dedicato all’arte; gli abitanti di Torino sanno che quell’intervento è arte contemporanea che si va a legare ad un particolare momento qual è il Natale , con delle opere che lavorano su un materiale che è la luce. A Salerno no. Mi è capitato di trovarmi nella città nel passaggio dal 30 novembre al primo dicembre, quelle sono luminarie, non hanno alcun segno di conservazione delle opere, si installano e vengono rimosse, non ci sono consulenti, allora quella spesa diventa uno spreco. Solo nelle prime edizioni delle cosiddette  “Luci di artista” c’è stato un prestito di opere, poi  l’intera progettualità è scaduta nella luminaria. E’ lo stesso discorso dell’architettura, se non c’è un progetto il punto terminale è il  Crescent, se non c’è un progetto il punto terminale è la luminaria. Hanno preso una formula  e ne hanno fatto un progetto cheap, scadente; qui non ci sono gli artisti, so che lo scorso anno hanno utilizzato due artisti locali che in realtà sono dei ceramisti e una spesa notevole per un’artista, la Borghi, con cifre analoghe si fanno grandi mostre, si comprano delle opere.”.
-Ultimamente hai curato una importante esposizione per la Galleria Verrengia
“Una Galleria che fa sforzi personali senza alcun aiuto da parte della città. Ed è questo che manca a Salerno, una Galleria Civica, un sistema di spazi pubblici. Bisogna dare un progetto alla città,  creare un sistema culturale, un contesto, come a Torino, dove abitanti e addetti ai lavori possano crescere insieme, perchè è  l'assenza di progetto che determina lo spreco,è  l'assenza di progetto che determina l'incultura. Mando un mio saluto al Forum della Cultura e  in particolare a Vittorio Dini, che considero un maestro e un caro amico ”.

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